in pensiero

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il blog

Un mondo senza racconto…

Tra le tante crisi di legittimazione che stiamo ereditando dal XX secolo, e da quelli che lo hanno immediatamente preceduto, spicca assolutamente l’estrema fragilità del raccontare che connota le varie culture oggi radunate nella nebulosa della civiltà occidentale. Una fragilità che coinvolge il racconto del presente, con la diffusa inadeguatezza a comprendere categorizzare o anche solo leggere le realtà in movimento, e che diviene inconsistenza se si tratta di immaginare il futuro, immediato o lontano che sia.

Nessuno sembra davvero saper o voler raccontare: tanto le proiezioni o le profezie del futuro che i discorsi sul presente si piegano immancabilmente sotto il peso della propria imprecisione, prevedibilità, limitatezza d’orizzonti e d’esperienza. E anche chi prova a raccontare, prima ancora di raccontare, è costretto a dedicare i suoi sforzi a convocare il suo pubblico, a creare una sua comunità privata di target-fruitori, tanto da esaurire in questo sforzo le sue energie di immaginazione e in definitiva le sue ambizioni di racconto. Così che anche la relazione fondativa di ogni racconto, qualcuno che dice e qualcuno che ascolta, ci appare di fatto svuotata. Le cose in generale, i fatti e gli oggetti che ci circondano, sembrano non aver bisogno di essere detti, né di essere ascoltati; semplicemente sono, o stanno; in una sorta di super-ontologia che si innesta sul forte tronco dello sport intellettuale oggi inevitabilmente di moda, la pratica indistinta e impudica della tautologia. Continua a leggere


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in pillole

“Quando ho pensato al nome, Recetas Urbanas, pensavo alle ricette di cucina, e solo dopo ho capito che le ricette erano anche uno strumento, originale, che andava a coprire un vuoto, a volte un vuoto legale, per risolvere alcuni mali e tumori della città”, Santiago Cirugeda, Recetas Urbanas, in pensiero 5

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“Sono lingue ufficiali dello Stato il castigliano e tutte le lingue delle nazioni e popoli indigeni originari contadini, che sono: ayamara, araona, baure, bésiro, canichana, cavineño, cayubaba, chàcobo, chimàn, ese ejja, guaranì, guarasu’we, guarayu, itonama, leco, machajuyai-kallawaya, machineri, maropa, mojeño-trinitario, mojeño-ignaciano, moré, mosetén, movima, pacawara, puquina, quechua, sirionò, tacana, tapiete, toromona, uru-chipaya, weenhayek, yaminawa, yuki, yuracarè e zamuco”, Nuova costituzione boliviana, in pensiero 5

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“Non esiste viandanza senza sosta, per cui siediti, riposa. Se vuoi sdraiarti fallo, sul letto o al suolo, per strada, nel parco in cui stai portando a spasso tua figlia, nel parcheggio dietro al supermercato, in garage. Sai come fanno i monaci girovaghi del Monte Athos? Dormono dove capita, appena cala il sole, perché la montagna è il loro vero monastero, e la ricerca di un tetto sicuro toglierebbe tempo alla preghiera (in cinese l’espressione “andare in pellegrinaggio” significa “rendere omaggio alla montagna)”, Luigi Nacci, Walkingame in pensiero 5