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		<title>Senzatetto</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 13:24:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cyop&#38;Kaf &#124; street art
_____________________________________per vedere tutto scarica l&#8217;ebook 06
 I disegni urbani del duo di artisti Cyop&#38;Kaf, interventi figurativi di varia natura e tecnica che costellano le strade di Napoli, si fanno conoscere innanzitutto come una unica grande esposizione a cielo aperto. Proprio la continuità con cui si offrono agli sguardi, tra provocazione e ammiccamento, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cyop&amp;Kaf |</strong> street art</p>
<p><span style="color: #800000;"><span style="color: #ffffff;">_____________________________________</span>per vedere tutto <strong>scarica</strong> l&#8217;<span style="color: #800000;"><a href="http://www.inpensiero.it/ebook/InPensiero_6_e-book.pdf"><strong><em>ebook</em> 06</strong></a></span></span></p>
<p><span style="color: #888888;"> </span>I <em>disegni urbani</em> del duo di artisti Cyop&amp;Kaf, interventi figurativi di varia natura e tecnica che costellano le strade di Napoli, si fanno conoscere innanzitutto come una unica grande esposizione a cielo aperto. Proprio la continuità con cui si offrono agli sguardi, tra provocazione e ammiccamento, rende singolarmente espressive queste opere, sempre agonisticamente protese a sorprendere, turbare, forse irretire, nei loro giochi di prestigio con le superfici urbane, il passante, il casuale e anonimo spettatore, ma anche attore della città. In questo incensante rimando da un&#8217;immagine all&#8217;altra, dai vicoli più bui ai quartieri borghesi, dalle periferie degradate alle zone industriali, <strong>prende corpo un vero e proprio racconto che non può fare a meno dello sguardo del passante e della sua reazione: tanto da doversi chiedere se, in questo racconto condiviso della città, delle sue paure, dei suoi slanci, delle sue inquietudini, a guidare il gioco sia l&#8217;occhio o il pennello</strong>.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-928" title="c&amp;k" src="http://www.inpensiero.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/ck.jpg" alt="c&amp;k" width="434" height="289" /></p>
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		<title>Cosmogonia domestica</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 13:20:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Giulio Marzaioli &#124; fotografia e poesia
_____________________________________per leggerlo tutto scarica l&#8217;ebook 06
Il particolare binomio di fotografia e testo poetico presente nelle opere di Giulio Marzaioli richiama e attiva fin dal primo sguardo un duplice statuto narrativo: immagini e parole, che non si fondono ma che si stratificano dando vita a una enigmatica narrazione per figure e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giulio Marzaioli |</strong> fotografia e poesia</p>
<p><span style="color: #800000;"><span style="color: #ffffff;">_____________________________________</span>per leggerlo tutto <strong>scarica</strong> l&#8217;<span style="color: #800000;"><a href="http://www.inpensiero.it/ebook/InPensiero_6_e-book.pdf"><strong><em>ebook</em> 06</strong></a></span></span></p>
<p>Il particolare <strong>binomio di fotografia e testo poetico</strong> presente nelle opere di Giulio Marzaioli richiama e attiva fin dal primo sguardo un duplice statuto narrativo: immagini e parole, che non si fondono ma che si stratificano dando vita a una enigmatica narrazione per figure e concetti, scandiscono e sviluppano un&#8217;idea, una domanda, un&#8217;iniziale intuizione di senso. Come lavora il tempo, giorno dopo giorno, parola dopo parola, su quell&#8217;intreccio invisibile di cose e di segni che regola la percezione di sé, del mondo, degli altri? Come la nostra distanza dalle cose articola il mondo per successivi sfocamenti e mese a fuoco? Così, mentre le immagini seguono il destino spaziotemporale della messa a fuoco, abbandonandosi a una piena e inevitabile, se non inconsapevole, solidarietà con le cose di ogni giorno, le parole quel destino lo incalzano, vogliono nominarlo, ancora operano nello sforzo di determinarlo, pena la perdita totale dei contorni, lo scivolamento in un mondo sconfinato e talmente assuefatto a noi da perdersi nel linguaggio. Ed è proprio questo <strong>intimo scarto tra immagini e parole, questa intima irriducibilità delle une alle altre, che per un attimo ci rende visibile quel racconto tanto intimo e fondamentale, vera cosmogonia domestica, di cui ogni giorno perdiamo i contorni ma non la presa, e a cui ogni giorno, per non perderci davvero, ridiamo nome</strong>.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-929" title="marzaioli" src="http://www.inpensiero.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/marzaioli.jpg" alt="marzaioli" width="434" height="312" /></p>
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		<title>Vedere cose vedere persone</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 13:12:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Somone Giaiacopi &#124; pittura
_____________________________________per vedere tutto scarica l&#8217;ebook 06
I dipinti di Simone Giaiacopi mostrano immediatamente di ingaggiare una lotta serrata non tanto con l&#8217;immagine, simulacro che in questi ultimi decenni pareva essersi sostituito al mondo che lo aveva generato, ma con le cose e le persone che ritraggono: niente di più lontano di queste opere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Somone Giaiacopi |</strong> pittura</p>
<p><span style="color: #800000;"><span style="color: #ffffff;">_____________________________________</span>per vedere tutto <strong>scarica</strong> l&#8217;<span style="color: #800000;"><a href="http://www.inpensiero.it/ebook/InPensiero_6_e-book.pdf"><strong><em>ebook</em> 06</strong></a></span></span></p>
<p>I <strong>dipinti</strong> di Simone Giaiacopi mostrano immediatamente di ingaggiare una lotta serrata non tanto con l&#8217;immagine, simulacro che in questi ultimi decenni pareva essersi sostituito al mondo che lo aveva generato, ma con le cose e le persone che ritraggono: niente di più lontano di queste opere di intimo ed enigmatico realismo, infatti, dalla pittura fotografica che invade i padiglioni d&#8217;arte contemporanea. Anche la tecnica di pittura, olio su tavola, partecipa di questa ritrovata e quasi cinquecentesca introspezione realistica, contribuendo a isolare dal proprio contesto, a sospendere in una fissità rivelatrice e perturbante, le singole figure, che ora sono oggetti di lavoro, ora persone, animali, strumentazioni industriali, tutto rigorosamente equiparato sullo stesso accogliente orizzonte del ritratto. Ed è proprio questa capacità di dare importanza di realtà alle cose e alle persone che compaiono di fronte che ripropone l&#8217;ambizione massima della pittura, <strong>raccontare la realtà del mondo per quella che è, o che potrebbe essere: salvo rimandare la partita, nel caso resti il dubbio, come accade qui, se siamo noi a raccontare le cose e le persone, o se sono le cose e le persone, attraverso il nostro sguardo, a raccontare noi</strong>.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-927" title="giaiacopi" src="http://www.inpensiero.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/giaiacopi.jpg" alt="giaiacopi" width="434" height="432" /></p>
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		<title>I volti della riforma agraria /estratti</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 13:16:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Francesco Pierri/Clara Mauricio &#124; fotoreportage
_____________________________________per leggerlo tutto scarica l&#8217;ebook 06
Il fotoreportage di Francesco Pierri e Clara Mauricio non nasce da un’esclusiva intenzione estetica, ma da una intima e appassionata adesione antropologica, intellettuale e politica ai fenomeni di riforma agraria che si stanno sviluppando in alcuni paesi del mondo (qui Brasile, Cuba, Sud Africa, Zimbabwe). I [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Francesco Pierri/Clara Mauricio |</strong> fotoreportage</p>
<p><span style="color: #800000;"><span style="color: #ffffff;">_____________________________________</span>per leggerlo tutto <strong>scarica</strong> l&#8217;<span style="color: #800000;"><a href="../../ebook/InPensiero_6_e-book.pdf"><strong><em>ebook</em> 06</strong></a></span></span></p>
<p><span style="color: #888888;">Il fotoreportage di Francesco Pierri e Clara Mauricio non nasce da un’esclusiva intenzione estetica, ma da una intima e appassionata adesione antropologica, intellettuale e politica ai fenomeni di riforma agraria che si stanno sviluppando in alcuni paesi del mondo (qui Brasile, Cuba, Sud Africa, Zimbabwe). I due autori sono infatti, oltre che fotografi, studiosi e dirigenti del governo brasiliano, e da lì ideatori e promotori di politiche di riforma agraria. Questa inconsueta coincidenza segna la novità e l’originalità intellettuale di questo lavoro, dove le persone fotografate, invece di essere preda di un obiettivo che nel migliore dei casi ne mostra il lato patetico o le fagocita in nome di una risoluzione estetica, appaiono in tutta la completezza antropologica e umana di persone</span>. Una fortunata coincidenza che rende possibile il piccolo miracolo di volti che si schiudono all’obiettivo senza distanza o identificazione – estetica, o morale –, ma si aprono a uno sguardo realmente solidale, come ci si apre allo sguardo di chi condivide il nostro stesso cammino. Ne esce fuori un racconto unico nel suo genere, che unendo fotografie e testi, sa cogliere la singolarità pur inserita in un cammino di condivisione: un racconto in cui si intravede il destino di chi vuole essere protagonista della propria storia e che finalmente ha incontrato un modo per raccontarla.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-857" title="Zimbabwe" src="http://www.inpensiero.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/IP_6_p_85.jpg" alt="IP_6_p_85" width="434" height="652" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-858" title="Sud Africa" src="http://www.inpensiero.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/IP_6_p_91.jpg" alt="Sud Africa" width="434" height="652" /></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-859" title="Brasile" src="http://www.inpensiero.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/05/IP_6_p_95.jpg" alt="Brasile" width="434" height="652" /></p>
<p><span style="color: #800000;"><span style="color: #ffffff;">_____________________________________</span>per leggerlo tutto <strong>scarica</strong> l&#8217;<span style="color: #800000;"><a href="../../ebook/InPensiero_6_e-book.pdf"><strong><em>ebook</em> 06</strong></a></span></span></p>
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		<title>Il racconto sotto la pietra /estratti</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 12:43:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[a cura di Catalina Villa &#124;  saggio/conversazione
_____________________________________per leggerlo tutto scarica l&#8217;ebook 06
Ulises Juárez Polanco, Nicaragua &#124; Uno dei più importanti poeti del Nicaragua e chissà dell’Ispanoamerica, Ernesto Cardenal, ha scritto recentemente un saggio in cui affronta il tema della solidarietà come elemento fondante del nostro DNA. Parla delle monocellule e di come una monocellula ne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di Catalina Villa |  saggio/conversazione</p>
<p><span style="color: #800000;"><span style="color: #ffffff;">_____________________________________</span>per leggerlo tutto <strong>scarica</strong> l&#8217;<span style="color: #800000;"><a href="../../ebook/InPensiero_6_e-book.pdf"><strong><em>ebook</em> 06</strong></a></span></span></p>
<p><span style="color: #888888;"><strong>Ulises Juárez Polanco, Nicaragua</strong> | Uno dei più importanti poeti del Nicaragua e chissà dell’Ispanoamerica, Ernesto Cardenal, ha scritto recentemente un saggio in cui affronta il tema della solidarietà come elemento fondante del nostro DNA. Parla delle monocellule e di come una monocellula ne ha cercata un’altra per congiungersi e moltiplicarsi esponenzialmente: nella nostra costituzione monocellulare c’è già implicito il bisogno di cercare l’altro. Raccontare significa trasmettere conoscenze, esperienze, visioni, non importa che siano biografiche o meno, raccontare implica sempre questa trasmissione. Raccontiamo perché siamo esseri sociali,</span> perché viviamo in società. Per quanto non lo vogliamo, per vivere dipendiamo dell’altro, e con l’altro abbiamo un bisogno implicito di mantenerci in contatto.<br />
Narrare o raccontare implica sempre una rappresentazione della storia. Quale? In primo luogo la mia storia personale, la storia dello scrittore. Credo che questo esce sempre fuori, in modo naturale, a volte persino inconsciamente. E in second’ordine la storia che come scrittore mi sono proposto di raccontare o scrivere. Non necessariamente la realtà obiettiva del mio paese, città o continente; anche se  in principio è sempre la rappresentazione della mia realtà.</p>
<p><strong>Andrés Burgos, Colombia</strong> | Narrare storie è il mio modo di rapportarmi con il mondo, ed è probabilmente il modo con cui mi avvicino a ciò che più mi produce piacere, che mi raccontino storie. Trovo un enorme piacere nel raccontare, che allo steso tempo è un’estensione di ciò che mi ha inizialmente portato a essere lettore: l’evasione.<br />
Mi piace la fiction, la letteratura di finzione, perché mi offre ciò che non trovo nel mondo immediato, ciò che non trovo quando esco per la strada. Raccontare è accedere a un mondo a sé, personale, dove trovo protezione e piacere. Non scrivo per cambiare il mondo, e nemmeno per offrire quelle che io credo siano delle risposte chiare al mondo contemporaneo, delle uscite a delle problematiche. Scrivo per un impulso molto intuitivo, irrazionale. Per piacere, e tante altre volte per cercare di capire, senza spiegare ad altri, situazioni, momenti, personaggi che mi appaiono complessi.</p>
<p><strong>Jacinta Escudos, El Salvador</strong> | Credo che la parola stessa, raccontare, significhi dire: dire ciò che accade sia fuori che dentro l’individuo che scrive. Narrare la realtà che si guarda, la realtà che si vede passare, la realtà reale – sebbene sembri una ridondanza –, la realtà immaginata, quella presunta, quella desiderata. È dire nel senso più ampio. Raccontiamo perché diversamente il nostro mondo sarebbe vuoto. Se noi non potessimo raccontare, avremmo solo una serie di dati ufficiali, dei dati a metà. Non avremmo alternative di realtà alle quali accedere; per non dire che il nostro mondo, incompleto, zoppicherebbe e sarebbe privo di colore. Quanto più accesso abbiamo ai diversi aspetti della realtà, sia interiore che esteriore, tanto più riusciamo ad arricchire la nostra visione del mondo. Grazie a chi racconta abbiamo la possibilità di accedere ad altri mondi, altre vite.</p>
<p>[...]</p>
<p><strong>Ulises Juárez Polanco</strong> | L’atto di raccontare implica la presenza di due persone. Non ha nessun senso raccontare a se stesso, da solo, delle cose ad alta voce. Quando uno è da solo non c’è nessun bisogno di parlare, la cosa logica è pensare. Raccontare invece implica una trasmissione, la condivisione di un punto di vista, di un’idea, di un qualcosa con altri. Il ruolo sociale del raccontare è proprio quello della costituzione della comunità, e se l’uomo non parlasse sarebbe molto difficile la formazione di questo fenomeno che si conosce come società. Potrebbe anche esserci qualcosa di biologico, dato che persino gli animali hanno il loro linguaggio, la loro forma di trasmettere cose, come chi comanda, cosa si deve fare, come si sta. Ma raccontare, come solo l’uomo sa fare, ha consentito che si creasse la società. Se si mette in relazione il fatto di raccontare con quello di scrivere, mi viene in mente una cosa che ha detto Saramago, e cioè che il dovere dello scrittore, nel momento di raccontare, è quello di alzare una pietra e raccontare o trasmettere le cose che trova sotto. Cosa si farà poi con il risultato di ciò che si è trovato – il testo – non è più dovere dello scrittore, ma del cittadino che lo riceve – che può coincidere anche con la figura stessa dello scrittore, perché anche lo scrittore è cittadino. E tuttavia il ruolo principale dello scrittore è farci vedere ciò che si trova sotto la pietra.</p>
<p><span style="color: #800000;"><span style="color: #ffffff;">_____________________________________</span>per leggerlo tutto <strong>scarica</strong> l&#8217;<span style="color: #800000;"><a href="../../ebook/InPensiero_6_e-book.pdf"><strong><em>ebook</em> 06</strong></a></span></span></p>
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		<title>Est est est. Un viaggio in musica</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 12:18:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Stefano Bembi / Alessandro Simonetto


______________________________________________per ascoltare l&#8217;intero album 
___________________________________________acquista on line in pensiero 6



L&#8217;album musicale realizzato da Stefano Bembi (alla Fisarmonica) e Alessandro Simonetto (al violino) – e prodotto da Casa della Musica di Trieste e in pensiero –, come dice il titolo, è un avventuroso viaggio musicale nelle terre dell&#8217;Est Europa. A Trieste, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10pt; line-height: 130%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #333333;"><strong>Stefano Bembi / Alessandro Simonetto</strong></span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; line-height: 130%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #333333;"><strong><br />
</strong></span></span></p>
<p><span style="font-size: 9pt; line-height: 40%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #ffffff;">______________________________________________</span><span style="color: #800000;">per <strong>ascoltare</strong> l&#8217;intero album</span><strong> </strong></span></p>
<p><span style="font-size: 9pt; line-height: 5%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #ffffff;">___________________________________________</span><span style="color: #800000;"><strong>acquista </strong></span></span><span style="font-size: 9pt; line-height: 5%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #800000;"><strong>on line </strong></span></span><span style="font-size: 9pt; line-height: 5%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #800000;"><strong><em>in pensiero</em> 6<br />
</strong></span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; line-height: 5%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><strong><br />
</strong></span></p>
<p><span style="color: #888888;">L&#8217;<strong>album musicale </strong>realizzato da Stefano Bembi (alla Fisarmonica) e Alessandro Simonetto (al violino) – e prodotto da <em>Casa della Musica di Trieste</em> e <em>in pensiero</em> –, come dice il titolo, è un avventuroso viaggio musicale nelle terre dell&#8217;Est Europa. A Trieste, la città di passaggi e di confini da cui inizia il viaggio, è intitolato il primo brano, un <em>medley</em> sulla storia e le influenze multietniche che la caratterizzano.</span> Con il profumo tzigano di <em>Oltre questo mare</em> si scivola nelle terre balcaniche di <em>Balkan 1</em> fino alla Grecia di <em>Misirlou</em>, famoso brano di musica popolare. Ci si abbandona quindi al vortice musicale del <em>kolo</em> macedone con la danza popolare <em>Para</em><em>činka</em>, per affacciarsi in Serbia con <em>Balkan 2</em>. Da qui si arriva in Bulgaria con <em>Der heyser bulgar</em>, un brano di musica <em>klezmer</em>, poi in Romania, dove la danza prosegue con <em>Souika Hora</em>, e ancora in Ungheria con la famosa <em>Danza ugherese N.5</em> del compositore tedesco Johannes Brahms. Dopo tutto questo peregrinare, arrivati nel cuore dell&#8217;Europa, si prende fiato con brani <em>klezmer</em> della tradizione <em>yidish</em> come <em>A nakht in geyn eyden</em> che si intreccia alla famosissima <em>Hava nagila</em>. Ecco dunque che si rientra in Italia, ma solo con il corpo, con il compositore napoletano Vittorio Monti e la sua <em>Csárdás</em>, così profondamente ungherese. Con questo album si compie un vero e proprio <strong>cammino musicale che, attraverso incalzanti ritmi balcanici, aspri sapori mediorientali, escursioni nell&#8217;antica cultura ebraica e gitana, vuole riunire in un&#8217;unica mappa delle possibilità, culture e tradizioni che si vanno sempre più allontanando</strong>. Un viaggio che ci consente di conoscere e riconoscere un racconto ormai composto di ricordi, nostalgie, e instancabili sorprese, un racconto che con il suo fluire attraversando i confini esalta quella mescolanza che sembra non possa avere fine. Come non ha fine il contagioso dialogo tra il violino di Alesandro Simonetto e la Fisarmonica Stefano Bembi che improvvisano e si rincorrono per migliaia di chilometri.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">_</span></p>
<p><span style="font-size: 9pt; line-height: 130%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #808080;">Ascolta un brano da <em>Est est est. Un viaggio in musica</em>, l&#8217;album all&#8217;interno del dvd di <em>in pensiero</em> 6</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; line-height: 130%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #808080;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: 10pt; line-height: 130%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;">Triestmedley</span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; line-height: 130%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #808080;"><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; line-height: 130%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #808080;"> </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: 10pt; line-height: 130%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;">Souika Hora (tradizionale rumena)<br />
</span></span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; line-height: 130%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #333333;"><span style="color: #808080;"><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="color: #800000;"><span style="color: #ffffff;"> </span></span></p>
<p><span style="color: #333333;"><span style="font-size: 13pt; line-height: 130%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><strong>Est est est. Un viaggio in musica</strong></span></span></p>
<p><strong>1. Triestmedley</strong> (Stefano Bembi &#8211; Alessandro Simonetto)</p>
<p><strong>2. Oltre questo mare</strong> (Alessandro Simonetto)</p>
<p><strong>3. Balkan 1 – Misirlou</strong> (musica tradizionale greca)</p>
<p><strong>4. Paračinka</strong><em> </em>(kolo, musica tradizionale macedone)</p>
<p><strong>5. Balkan 2 </strong>(musicatradizionale serba)</p>
<p><strong>6. Der Heyser Bulgar</strong> (musica tradizionale klezmer)</p>
<p><strong>7. Souika Hora</strong> (musica tradizionale romena)</p>
<p><strong>8. Danza ungherese</strong> (J. Brahms)</p>
<p><strong>9. A nakht in gan eyden – Hava nagila </strong>(musica tradizionale klezmer)</p>
<p><strong>10. Csárdás</strong><em> </em>(Vittorio Monti)</p>
<p><span style="color: #ffffff;">_</span></p>
<p><span style="font-size: 9pt; line-height: 40%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #ffffff;">______________________________________________</span><span style="color: #800000;">per <strong>ascoltare</strong> l&#8217;intero album</span><strong> </strong></span></p>
<p><span style="font-size: 9pt; line-height: 5%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #ffffff;">___________________________________________</span><span style="color: #800000;"><strong>acquista </strong></span></span><span style="font-size: 9pt; line-height: 5%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #800000;"><strong>on line </strong></span></span><span style="font-size: 9pt; line-height: 5%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #800000;"><strong><em>in pensiero</em> 6</strong></span></span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">_</span></p>
<p><span style="font-size: 9pt; line-height: 5%; font-family: &quot;Lucida Sans&quot;;"><span style="color: #800000;"><strong><br />
</strong></span></span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Per una poesia ben temperata /estratti</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 11:49:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lello Voce &#124; saggio__________________________
  ____________________________________per leggerlo intero scarica l&#8217;ebook 06
#1
Occorre innanzitutto precisare quella che è una mia convinzione profonda e cioè che la poesia sia un’arte implicitamente politica, indipendentemente dai temi che essa decide di trattare, ma precisamente per la sua forma, e, ancor più precisamente per le forme della sua ricezione. Il rapporto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Lello Voce | </strong>saggio<span style="color: #ffffff;">__________________________</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;"> </span><span style="color: #ffffff;"> </span><span style="color: #800000;"><span style="color: #ffffff;">____________________________________</span>per leggerlo intero <strong>scarica</strong> l&#8217;<span style="color: #800000;"><a href="http://www.inpensiero.it/ebook/InPensiero_6_e-book.pdf"><strong><em>ebook</em> 06</strong></a></span></span></p>
<p><span style="color: #888888;">#1<br />
Occorre innanzitutto precisare quella che è una mia convinzione profonda e cioè che la poesia sia un’arte implicitamente politica, indipendentemente dai temi che essa decide di trattare, ma precisamente per la sua forma, e, ancor più precisamente per le forme della sua ricezione. Il rapporto tra artista e fruitore caratterizza in modo radicale le arti e le loro forme e ciò vale, a maggior ragione, per un’arte che, come ha giustamente sottolineato Frasca, è, prima ancor che un’arte, un medium, il primo medium che l’uomo conosca per la trasmissione dell’informazione ‘non genetica’. La poesia nasce prima dei poeti. La poesia nasce insieme alla comunità.</span></p>
<p>#2<br />
È questo della poesia l’unico caso che io conosca in cui un’arte rinuncia, più o meno spontaneamente, al suo canale di trasmissione originario, adottandone uno diverso e per molti versi opposto, riuscendo, però, a sopravvivere a questa mutazione.<br />
Non si è, a mio parere, riflettuto abbastanza sul fatto che, nel consesso delle arti, la poesia ha questa sua assoluta singolarità: precisamente la mutazione radicale dei suoi modi di espressione e fruizione, cosa che non ha eguali per le altre discipline artistiche. [...]</p>
<p>#3<br />
Resta intanto il fatto che, nello scegliere di essere fruita ‘letterariamente’ e solo ‘letterariamente’ la poesia fa una scelta ideologica, delimita precisamente il suo ‘pubblico ideale’, sceglie sin le classi sociali a cui rivolgersi,  né si fa solo borghese, ma sceglie, formalmente, di puntare tutto sul verso, piuttosto che sul ritmo, sulla prosodia esclusivamente visiva degli ‘a capo’, piuttosto che sul battere ritmato del cuore e sul soffio cadenzato del parlare; rinuncia alla sua concretezza materica, per consegnarsi mani e piedi alla fruizione silenziosa. Decide d’essere patria del ‘simbolico’, scaccia dalle sue mura ogni funzione fàtica, storce la bocca ad ogni andamento anaforico, libera il verso dal ‘tempo’ e dalla quantità, lo sottrae alla durata, sfugge alle costrizioni delle forme chiuse (che sono peraltro forme della ‘durata’, aspetti della concretezza della poesia, tanto quanto della semplice quantità ‘linguistica’, non solo modelli letterari ormai vuoti, canoni invecchiati), per affidarsi al flusso teoricamente infinito dello scritto, che schiaccia e blocca lo scorrere del tempo, siderandolo nella geometria retta e bustrofedica del rigo che si fa verso; essa costruisce ghetti per i suoi aspetti allegorici, sostituisce la dinamica della metonimia con l’immobilità della metafora, con il suo gioco di specchi approntati a <em>mise en abyme</em>… pronta (e prona), d’ora in avanti, ad affascinare l’occhio, sia pur a costo di condannarsi al silenzio. [...]</p>
<p>#4<br />
[...] Ciò che ne deriva è che oggi, com’è a mio parere ovvio che sia, non è tanto preminente la discussione a proposito delle poetiche in sé, quanto, a monte di tutto ciò, quella che cerca di fare chiaro a proposito delle scelte ‘mediali’ dei singoli autori e che anche la concentrazione dei singoli autori sia maggiormente dedicata proprio all’approfondimento di tutto quanto, implicitamente, comporta a livello formale, estetico, lo spostamento di ‘canale’, dalla carta alla voce, o più ampiamente al suono. [...]</p>
<p>#5<br />
Ma, al di là di queste questioni, ciò che appare evidente è il bisogno per la poesia, in questo presente, di ricalibrare le distanze con il romanzo, sfuggendo al suo abbraccio mortale e riaffermando la sua sostanziale estraneità agli steccati letterari in cui essa è rinchiusa in così incomoda compagnia. [...]</p>
<p>#6<br />
Tutto ciò accade ormai in un quadro di generalizzata ‘migrazione’ delle arti.<br />
Nell’epoca del ritorno (ahimè infausto) delle migrazioni di massa, anche le arti migrano. Migrano in ogni senso.<br />
Intanto migrano materialmente, nel senso che la loro circolazione, grazie alla possibilità ora estesissima della loro ‘virtualizzazione’ e digitalizzazione, è divenuta fulminea, perpetua, irrefrenabile, pletorica.<br />
Migrano, poi, abbandonando vecchie forme, mutandole, come fossero pelle di serpente, iniziando a percorrere sentieri mediali sempre diversi.<br />
Migrano anche fisicamente, con il migrare degli artisti, anche degli artisti che non si limitano a spostarsi, ma che letteralmente migrano, fuggono dalla loro terra e innestano le loro culture e le loro <em>Weltanschauung</em>, le loro lingue, in ambiti e contesti completamente differenti.<br />
Migrano e migrando le arti s’incontrano, si mescolano, s’influenzano, si accoppiano, o definitivamente si dividono. [...]</p>
<p>#7<br />
[...] Detto questo, la <em>spoken music</em> (la ‘poesia per musica’, se preferite) sarebbe quel particolare tipo di poesia contemporanea nel quale un testo è accordato (<em>temperato</em>) ad una musica originale e in cui le caratteristiche formali dei suoni, della melodia e dei ritmi musicali e il rapporto da essi stabilito con la vocalità del poeta (a livello sia melodico, che ritmico-prosodico) e con gli aspetti ritmici, prosodici e melodici del testo in sé, sono parte integrante della qualità formali di detta poesia e, per molti versi, anche del testo stesso di quella poesia. [...]</p>
<p>#8<br />
Una delle ragioni per le quali la poesia ‘muta’ e gli integerrimi custodi della letteratura, i critici letterari e i filologi, hanno avuto cura di rifiutare con costante fermezza ogni rapporto possibile tra poesia e musica, pur dinanzi all’evidenza storica di un dialogo costante e di una condivisione sentita a lungo come necessaria da entrambe le arti, è probabilmente proprio il bisogno di cancellare ogni memoria di un rapporto che, al solo ricordarlo, avrebbe posto di nuovo la poesia di fronte alla sua natura sostanzialmente orale e sonora. [...]</p>
<p>#9<br />
[...] Nel momento in cui un poeta non si pone come proprio obiettivo soltanto quello di scrivere un testo, ma anche quello di eseguirlo, interpretandolo, e magari di accordarlo, <em>temperarlo</em> con la musica i problemi formali e ‘tecnici’ che gli sorgono davanti sono molteplici e spesso piuttosto complessi.<br />
Le sue scelte vocali, ritmiche e ‘musicali’ avranno, infatti, un evidente valore estetico, tanto quanto quelle strettamente linguistiche.<br />
Nel momento in cui un poeta decide di comporre testi destinati all’esecuzione orale e/o a ‘temperarsi’ con la musica, i suoi problemi tecnici aumentano grandemente, come anche quelli formali: essi non sono più soltanto di natura linguistica, o letteraria, ma anche vocale, ritmica e musicale.<br />
Eseguire un testo di poesia orale, o di <em>spoken music</em>, non ha nulla a che vedere con il semplice <em>pronunciare</em> ad alta voce quel testo.</p>
<p>#10<br />
In poesia il problema dell’interpretazione è sempre, prima che un problema ermeneutico, un problema di esecuzione, è una performatività, e solo dopo, eventualmente, esso prende consistenza, diciamo così, critico-letteraria.<br />
Ciò significa che la prima interpretazione di un’<em>oratura</em> poetica è sempre del suo autore.<br />
Senza di essa quel politesto complesso che è l’esecuzione reale (vocale e/o vocale-musicale) di una poesia, semplicemente non esisterebbe nella sua totalità. [...]</p>
<p><span style="color: #800000;"><span style="color: #ffffff;">____________________________________</span>per leggerlo intero <strong>scarica</strong> l&#8217;<span style="color: #800000;"><a href="../../ebook/InPensiero_6_e-book.pdf"><strong><em>ebook</em> 06</strong></a></span></span></p>
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		<title>un mondo senza racconto</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 17:47:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Gianmaria Nerli &#124; blog
Tra le  tante crisi di legittimazione che stiamo ereditando dal XX secolo, e da  quelli che lo hanno immediatamente preceduto, spicca assolutamente l&#8217;estrema fragilità del raccontare che connota le varie culture oggi radunate nella nebulosa della civiltà occidentale. Una fragilità che coinvolge il racconto del presente,  con la diffusa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gianmaria Nerli | </strong>blog</p>
<p><span style="color: #888888;">Tra le  tante crisi di legittimazione che stiamo ereditando dal XX secolo, e da  quelli che lo hanno immediatamente preceduto, spicca assolutamente <em>l&#8217;estrema fragilità del raccontare</em> che connota le varie culture oggi radunate nella nebulosa della civiltà occidentale. Una fragilità che coinvolge il <em>racconto del presente</em>,  con la diffusa inadeguatezza a comprendere categorizzare o anche solo  leggere le realtà in movimento, e che diviene inconsistenza se si tratta  di <em>immaginare il futuro</em>, immediato o lontano che sia. </span><span style="color: #808080;">Nessuno  sembra davvero saper o voler raccontare: tanto le proiezioni o le  profezie del futuro che i discorsi sul presente si piegano  immancabilmente sotto il peso della propria imprecisione, prevedibilità,  limitatezza d&#8217;orizzonti e d&#8217;esperienza. E anche chi prova a raccontare,  prima ancora di raccontare, è costretto a dedicare i suoi sforzi a  convocare il suo pubblico, a creare una sua comunità privata di  target-fruitori, tanto da esaurire in questo sforzo le sue energie di  immaginazione e in definitiva le sue ambizioni di racconto. Così che  anche la relazione fondativa di ogni racconto, qualcuno che dice e  qualcuno che ascolta, ci appare di fatto svuotata. Le cose in generale, i  fatti e gli oggetti che ci circondano, sembrano non aver bisogno di  essere detti, né di essere ascoltati; semplicemente sono, o stanno; in  una sorta di super-ontologia che si innesta sul forte tronco dello sport  intellettuale oggi inevitabilmente di moda, la pratica indistinta e  impudica della tautologia.</span></p>
<p>La prima domanda che dovrebbe preoccuparci è dunque: viviamo davvero  in un mondo che non ha bisogno di essere raccontato? Che non ha bisogno  cioè di nessuna legittimazione? Che non necessità nessuna proiezione nel  futuro? Che già racchiude presente e futuro in ogni suo istante,  annullando così anche l&#8217;immagine del tempo? Viviamo davvero in un mondo  che si pensa completamente risolto nella evidenza tautologica che  sprigionano gli oggetti e le immagini che esso stesso produce e  riproduce? Il nostro insomma è un mondo senza racconto, come prima era  senza redenzione?</p>
<p>Il grado di creatività cosmogonica, intesa nel senso più ampio  possibile, e la sua capacità di precisione e penetrazione nel cuore  delle strutture simboliche del mondo presente, dà giustamente la misura  della vitalità, o meglio delle prospettive di vita, di una civiltà, di  un sistema di culture, di un modello di sviluppo. Certo, non c&#8217;è bisogno  di scomodare il <em>racconto</em> per intuire che il modello di sviluppo  che domina il globo, il capitalismo multinazionale in piena e continua  espansione, non offre molte prospettive di vita e di vitalità a nessuno  degli attori che coinvolge, dagli uomini, all&#8217;uomo, dalla natura alla  integrità biologica. La crisi del raccontare, l&#8217;amputazione delle  capacità cosmogoniche, però, qualcosa in più di quello che già sappiamo  ci dice: ci dice innanzitutto di quanto in profondo è penetrato  l&#8217;apparato ideologico e simbolico che si è venuto organizzando intorno  al nostro sistema di sviluppo, ci dice di quanto sia esteso il suo  dominio sulle possibilità d&#8217;espressione, ci dice che le tante  intelligenze che il mondo ospita fanno fatica a immaginare un mondo  diverso dal grande sistema di cose oggetti merci che ci contorna. Ma  soprattutto ci dice che queste stesse cose oggetti merci occupano ormai  ogni spazio non solo fisico ma anche simbolico, creativo, immaginario:  da qui forse il grande senso di effimera libertà che genera il  rifugiarsi nella virtualità tautologica e simulata della rete quando  capita l&#8217;ondata giusta della moda. D&#8217;altronde quale spazio fisico e  simbolico ci può essere per il racconto se tra pochi anni, qualora  nessuno fermi le grandi multinazionali del biotech, anche la natura  intesa come processo biologico e identità genetica avrà dei proprietari,  sarà merce in senso letterale, se le sementi si dovranno comprare una  per una da chi le crea, le produce e le brevetta, se per la prima volta  la natura avrà un creatore, per la prima volta sì con nome cognome e  indirtizo?</p>
<p>Eppure presunzione più grande non potrebbe esistere di smettere di cercare ovunque un racconto nuovo, una rifondata capacità di <em>cosmogoniare</em>, di immaginare mondi. <em>in pensiero</em> ci ha provato e ci prova ancora, cercando di capire cosa si muove tra i  discorsi attuali della scienza o degli scienziati, tra i discorsi  dell&#8217;arte e della letteratura, della filosofia del cinema, tra le forme o  i movimenti del pensiero che vanno emergendo. Un numero della rivista è  appena uscito, un secondo uscirà a giugno dedicato proprio a questa  ricerca. Ciò che abbiamo pubblicato (e ciò che pubblicheremo) avrà la  forza di parlare da sé, per questo ci soffermeremo soprattutto sul dato  d&#8217;insieme che ci sembra sia emerso, e cioè che più che un&#8217;attitudine  cosmogonica, i diversi interventi danno vita a una diffusa <em>sensibilità cosmoagonica</em>, se si può dirla con un gioco di parole. Se la domanda in copertina nel 4° numero della rivista proponeva una disgiuntiva tra <em>cosmogonie</em> e <em>cosmoagonie</em>,  va detto che il secondo termine ha sicuramente trovato più sintonia e  risposte. Certo, i contributi anche molto diversi che abbiamo  pubblicato, come è ovvio, sono risposte singolari di singole  intelligenze, e il loro discorso non nasconde la loro inevitabile  parzialità; sono risposte in ogni caso a una domanda che rimane sospesa,  e ovviamente irrisolta. Come resta irrisolta ogni volta che ognuno di  noi si imbatte in un grande racconto o in una grande narrazione: perché  certo non mancano gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori che di  tanto in tanto cercano e trovano la via del racconto. Questi artisti  scrittori intellettuali appunto parlano da sé, e qualche volta una  rivista come <em>in pensiero</em> può avere la fortuna di intercettarli.</p>
<p>Questo blog può essere utile invece per cercare di capire quali sono  le prospettive cosmogoniche delle grandi produzioni di espressione e di  pensiero del nostro presente. A partire dalla scienza per finire con  l&#8217;arte. A partire dalla scienza perché, almeno dalla modernità, la  scienza è stato uno dei motori del racconto, anche se adesso appare  imprigionata fino al parossismo dalla stessa ideologia positiva che in  altre epoche le ha fatto da propulsore, e che ora la condanna a essere  comparsa, o se va bene strumento, di un vasto sistema produttivo. E  chissà se, al di là della frequente malafede, non sia proprio questa  crisi di racconto che ridimensiona anche la scienza, spingendola sul  terreno deterministico dello scientismo, della pura operatività, della  deificazione di tecnica e tecnologia, dell&#8217;illimitata fede nella  semplificazione più assoluta dei sistemi complessi che governano l&#8217;uomo e  la natura. E chissà che non sia sempre lo sfaldarsi del racconto che ha  permesso il fiorire di numerosissimi discorsi di tipo millenaristico,  discorsi che vanno dalla imminente distruzione del mondo (attenti al  2012!), all&#8217;avvento di un nuovo tipo di umanità, il nuovo uomo  transumano o postumano (con meno capelli ma più dita, già abilitato alle  interfaccia della nuova era digitale). Sì, perché scientismo e  millenarismo condividono la stessa matrice, condividono una cieca  fiducia nel destino dei loro propri discorsi, più che nel percorso del  proprio racconto; perché di fatto abbandonano il racconto, diffidano  delle sue potenzialità di apertura, di condivisione, di costruzione  simbolica, e quindi continuamente transitoria, dei contenuti e dei  significati sociali. Così in questa <em>mainstream</em> scientista-millenarista non è improbabile, e non è senza significato,  vedere intrecciarsi serie ricerche sulle neuroscienze e improbabili  fantasie cibernetiche.</p>
<p>Ecco, questo blog vuole essere uno stimolo per censire e distinguere  ciò che è racconto, da ciò che il risultato del suo collasso. Ciò che è  ricerca seria dai deliri di chi si fa convincere dal proprio discorso. E  certo questo proposito vale anche per l&#8217;espressione dei linguaggi  artistici e del discorso intellettuale. Sì, perché nonostante il <em>mainstream</em>,  la speranza non può che essere quella di poter aiutare chi racconta a  emergere. Anche se non sembra compito facile. Basta pensare alle arti  figurative, confinate in un vero e proprio dispositivo che ormai oltre  al nome prende anche la solida autosufficienza di un vero e proprio  sistema, il <em>sistema dell&#8217;arte</em>: l&#8217;assenza di racconto, come dire, è  ormai conclamata, dal momento che la quasi totalità delle espressioni  artistiche risponde unicamente a un assoluto e dogmatico principio di  autoreferenzialità. Autoreferenzialità che si esprime o attraverso la  velata e voluta demenza della ripetizione tautologica di pezzi di realtà  che ci accompagnano nell&#8217;esperienza quotidiana, o innalzando  automaticamente a racconto e significato l&#8217;utilizzo-esposizione di  qualunque congegno-dispositivo di interazione che usi nuove tecnologie.  Oppure spingendosi fumosamente a ridefinire i confini, addirittura  ontologici, delle nuove forme di vita virtuale, o anche solo  prosaicamente confezionando prodotti di varia medialità che sappiano  affermarsi e vendersi per opere d&#8217;arte.</p>
<p>Certo meglio non se la passa la letteratura; e ci limitiamo a  ascoltare le lamentele dei poeti circa la crescente irrilevanza sociale  della poesia, o le invettive dei critici circa la crisi prolungata del  romanzo, ormai frastagliatosi in mille discorsi monologanti e in mille  generi di mercato. Quando si parla in positivo. Perché, se ci si dovesse  preoccupare dei cattivi romanzi bisognerebbe dire dell&#8217;isteria  narcisistica di voci talmente inconsistenti da evaporare da ogni pagina  sfogliata – di cui le lettere italiane vantano il primato –, oppure  delle grandi operazioni di marketing letterario che ormai mirano anche a  costruire le carriere degli intellettuali. Che dire poi delle arti che  necessitano di un processo di produzione più complesso, come la musica,  il cinema, il teatro? Se non che a governare tutto sono esclusivamente, e  va sottolineato esclusivamente, l&#8217;industria e i suoi fini produttivi,  e/o riproduttivi? Dove l&#8217;ansia di raccontare non può frastagliarsi nel  narcisismo assoluto per ovvie ragioni industriali, ma che si vota alla  volatilità dello spettacolo e dell&#8217;intrattenimento, senza altra  ambizione di quella di aver confezionato un prodotto in grado di avere  immediato successo di pubblico. E dove le produzioni indipendenti sono  indipendenti solo fino a quando non riescono a farsi comprare da qualche  major, senza importare che sia della vecchia o della nuova veloce  economia digitale.</p>
<p>Certo questi sono discorsi astratti, ma appunto un blog così, che può  essere anche un luogo collettivo, vuol essere uno stimolo e allo tesso  tempo uno spazio concreto dove censire, descrivere, appunto raccontare, i  confini del nostro mondo senza racconto, i confini delle nostre sempre  più piccole cosmotropie&#8230;(o viceversa per aprire gli occhi e rendersi  conto che accade proprio il contrario, che il nostro mondo pullula di  racconti ma noi non li vediamo).</p>
<p>Anche perché un mondo senza racconto, un mondo che non è in grado di  configurare e configurarsi le proprie proiezioni cosmogoniche è un mondo  che all&#8217;apparenza mostra di non aver bisogno di essere raccontato, un  mondo risolto, definito una volta per tutte; e un mondo che non ha  bisogno di essere raccontato è il mondo più totalitario che si possa  immaginare, un mondo anzi che non si può immaginare perché è tutto lì,  dispiegato nelle cose e negli oggetti che produce. Un mondo, questo è il  timore, tanto simile al nostro da troncarci letteralmente il racconto  in gola.</p>
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