Archive for May 2012


reclamo a youtube per violazione etica ALTRO CHE COPYRIGHT

May 21st, 2012 — 8:52pm

copyright

La rivista in pensiero sta subendo un abuso che andrebbe definito grave, anche se dell’abuso molti, ormai assuefatti, neppure si accorgerebbero: in nome del copyright è costretta da YouTube a esporre coattamente una pubblicità sul video del proprio booktrailer, nel quale si ascoltano pochi secondi di una canzone, per cui ovviamente possiede l’autorizzazione autografa degli autori.

Veniamo ai fatti: in pensiero ha ricevuto, appena postato booktrailer del 6° numero, un reclamo per violazione del copyright inoltrato dalla stessa YouTube per conto di una società statunitense che dichiara possedere i diritti di una canzone di cui nel booktrailer si ascoltano una trentina di secondi. Si tratta di una canzone inedita fino a qualche settimana fa, pubblicata in anteprima in in pensiero n. 6, e a breve in uscita all’interno dell’album di esordio del gruppo che l’ha composta.

Vale la pena sottolineare subito che in pensiero, oltre alla partecipe benedizione, ha ricevuto la liberatoria e l’autorizzazione (con tanto di firma autografa dei 4 autori…) a pubblicare la canzone in questione sul DVD allegato al n. 6, autorizzazione su cui, anche questo vale la pena sottolinearlo, non ha avuto niente a ridere neppure la Siae, che ha regolarmente fornito l’irrinunciabile bollino argentato.

Certo, YouTube è un’azienda privata e decide di fare ciò che vuole dei servizi che offre, e certo i video di in pensiero ricevono un numero tanto esiguo di visite rispetto agli hit di YouTube che ogni nostro discorso rischia di restare privo di significato.

Eppure il problema non è tanto il torto subito da in pensiero, piuttosto l’uso distorto e, almeno eticamente, illegittimo del copyright. Il problema non è tanto la libertà di offrire un servizio, piuttosto l’abuso di posizione, almeno eticamente, illegale di chi offre un servizio di comunicazione pubblica in uno stato di monopolio effettivo, come effettivamente accade per YouTube, o per google, se si vuole dare alle cose il loro nome (a meno di non voler elogiare la quieta ma spietata praticità del monopolio, certo).

Il reclamo ricevuto via YouTube da in pensiero prevede che in automatico, come risarcimento del diritto violato, nel video compaia la pubblicità: come a dire, dato che usi roba d’altri, abbiamo il diritto di fare del tuo video fonte di guadagno, di convertirlo tuo malgrado a cavallo di troia del marketing: come un cavaliere errante, o come uno sceriffo del far west, YouTube ripristina la legalità, o meglio, la giustizia, nel proprio vasto e incontrollabile territorio. Il motto (o sillogismo) è: copyright, giustizia, pubblicità.

YouTube ovviamente permette di contestare il reclamo, cosa che immediatamente in pensiero ha fatto dando prova di possedere le autorizzazioni scritte degli autori della canzone in questione. Ma chi è il giudice a cui YouTube assegna il verdetto finale? La stessa società detentrice, o presunta, dei diritti, che in poche ore ha ovviamente rigettato la contestazione di in pensiero e ha confermato il reclamo per violazione del copyright e pubblicità annessa. Ultimato questo passaggio, YouTube non consente di fare più niente (se non adire a vie legali o assumere un pool di avvocati che risolvano il problema come in un film di Hollywood), e ci si deve tenere la pubblicità.

A questo punto sarebbe interessante chiedersi se è normale, e sano, che gli autori di una canzone, o di qualsiasi altra opera d’arte o d’ingegno, non solo non detengano, ma non sappiano niente di chi detiene, o dichiara di detenere, i diritti della loro opera, magari trovandosi a loro insaputa della pubblicità messa da altri su un proprio video o su una propria canzone (e amagari di fronte a tutto ciò pensare che è normale, che sono i tempi in cui viviamo, che la pubblicità fa parte della vita), solo perché hanno deciso di distribuire, anche solo on line, le loro opere. (Non sarà forse l’ultimo stadio di quella famosa alienazione, di cui oggi non si sente più parlare?)

Sarebbe magari interessante chiedersi quali sono le prospettive di un’intera civiltà, delle sue culture e intelligenze condivise, se al timone di comando rimane solamente chi distribuisce o chi commercializza (vantandone legittimamente diritti assoluti, come assolute e legittime erano le monarchie dell’ancienne régime) relegando a una funzione di merce non solo i contenuti che vengono prodotti, ma anche chi questi contenuti li crea, anche chi crea saperi, conoscenze, nuove intelligenze.

Sarebbe ancor più interessante chiedersi se il copyright, o il diritto d’autore, o, come viene chiamato adesso con inconsapevole ma ironico ossimoro, il diritto di proprietà intellettuale, non sia forse l’ultima frontiera di quel feroce e arrogante diritto d’appropriazione verso gli uomini e la natura di cui il nostro capitalismo contemporaneo sembra essere l’ultimo inarrestabile erede (soprattutto se invece di preoccuparsi della musica o dell’arte ci si preoccupa di cosa significa applicare il diritto di proprietà intellettuale non solo ai brevetti scientifici e tecnologici ma anche ai nuovi domini – sic! – delle scienze, ossia, le sementi, gli animali d’allevamento, le sequenze genetiche, bref, la vita come processo biologico).

Ma forse in uno spazio come questo sarà meglio limitarsi a sottolineare come un fatto così insignificante, costringere una piccola rivista di arti contemporanee a esporre della pubblicità su un proprio video, in realtà nasconde dinamiche che insignificanti non sono, ci parla di fenomeni, derive, spinte ideologiche, pulsioni di morte, che nessuna pubblicità racconterà mai, ma che al contrario i metodi scopertamente violenti e “legali” che vengono usati per fare entrare quella stessa pubblicità in ogni spazio di vita raccontano in modo trasparente.

Per questo abbiamo deciso di non cancellare da YouTube il nostro video (lasciando a YouTube la possibilità di continuare a ospitare il nostro account), ma di continuare a esibirlo come un piccolissimo boomerang.

La redazione di in pensiero

1 comment » | blog, pensieri

Senzatetto

May 11th, 2012 — 2:24pm

Cyop&Kaf | street art

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I disegni urbani del duo di artisti Cyop&Kaf, interventi figurativi di varia natura e tecnica che costellano le strade di Napoli, si fanno conoscere innanzitutto come una unica grande esposizione a cielo aperto. Proprio la continuità con cui si offrono agli sguardi, tra provocazione e ammiccamento, rende singolarmente espressive queste opere, sempre agonisticamente protese a sorprendere, turbare, forse irretire, nei loro giochi di prestigio con le superfici urbane, il passante, il casuale e anonimo spettatore, ma anche attore della città. In questo incensante rimando da un’immagine all’altra, dai vicoli più bui ai quartieri borghesi, dalle periferie degradate alle zone industriali, prende corpo un vero e proprio racconto che non può fare a meno dello sguardo del passante e della sua reazione: tanto da doversi chiedere se, in questo racconto condiviso della città, delle sue paure, dei suoi slanci, delle sue inquietudini, a guidare il gioco sia l’occhio o il pennello.

c&k

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Cosmogonia domestica

May 11th, 2012 — 2:20pm

Giulio Marzaioli | fotografia e poesia

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Il particolare binomio di fotografia e testo poetico presente nelle opere di Giulio Marzaioli richiama e attiva fin dal primo sguardo un duplice statuto narrativo: immagini e parole, che non si fondono ma che si stratificano dando vita a una enigmatica narrazione per figure e concetti, scandiscono e sviluppano un’idea, una domanda, un’iniziale intuizione di senso. Come lavora il tempo, giorno dopo giorno, parola dopo parola, su quell’intreccio invisibile di cose e di segni che regola la percezione di sé, del mondo, degli altri? Come la nostra distanza dalle cose articola il mondo per successivi sfocamenti e mese a fuoco? Così, mentre le immagini seguono il destino spaziotemporale della messa a fuoco, abbandonandosi a una piena e inevitabile, se non inconsapevole, solidarietà con le cose di ogni giorno, le parole quel destino lo incalzano, vogliono nominarlo, ancora operano nello sforzo di determinarlo, pena la perdita totale dei contorni, lo scivolamento in un mondo sconfinato e talmente assuefatto a noi da perdersi nel linguaggio. Ed è proprio questo intimo scarto tra immagini e parole, questa intima irriducibilità delle une alle altre, che per un attimo ci rende visibile quel racconto tanto intimo e fondamentale, vera cosmogonia domestica, di cui ogni giorno perdiamo i contorni ma non la presa, e a cui ogni giorno, per non perderci davvero, ridiamo nome.

marzaioli

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Vedere cose vedere persone

May 11th, 2012 — 2:12pm

Somone Giaiacopi | pittura

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I dipinti di Simone Giaiacopi mostrano immediatamente di ingaggiare una lotta serrata non tanto con l’immagine, simulacro che in questi ultimi decenni pareva essersi sostituito al mondo che lo aveva generato, ma con le cose e le persone che ritraggono: niente di più lontano di queste opere di intimo ed enigmatico realismo, infatti, dalla pittura fotografica che invade i padiglioni d’arte contemporanea. Anche la tecnica di pittura, olio su tavola, partecipa di questa ritrovata e quasi cinquecentesca introspezione realistica, contribuendo a isolare dal proprio contesto, a sospendere in una fissità rivelatrice e perturbante, le singole figure, che ora sono oggetti di lavoro, ora persone, animali, strumentazioni industriali, tutto rigorosamente equiparato sullo stesso accogliente orizzonte del ritratto. Ed è proprio questa capacità di dare importanza di realtà alle cose e alle persone che compaiono di fronte che ripropone l’ambizione massima della pittura, raccontare la realtà del mondo per quella che è, o che potrebbe essere: salvo rimandare la partita, nel caso resti il dubbio, come accade qui, se siamo noi a raccontare le cose e le persone, o se sono le cose e le persone, attraverso il nostro sguardo, a raccontare noi.

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I volti della riforma agraria /estratti

May 3rd, 2012 — 2:16pm

Francesco Pierri/Clara Mauricio | fotoreportage

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Il fotoreportage di Francesco Pierri e Clara Mauricio non nasce da un’esclusiva intenzione estetica, ma da una intima e appassionata adesione antropologica, intellettuale e politica ai fenomeni di riforma agraria che si stanno sviluppando in alcuni paesi del mondo (qui Brasile, Cuba, Sud Africa, Zimbabwe). I due autori sono infatti, oltre che fotografi, studiosi e dirigenti del governo brasiliano, e da lì ideatori e promotori di politiche di riforma agraria. Questa inconsueta coincidenza segna la novità e l’originalità intellettuale di questo lavoro, dove le persone fotografate, invece di essere preda di un obiettivo che nel migliore dei casi ne mostra il lato patetico o le fagocita in nome di una risoluzione estetica, appaiono in tutta la completezza antropologica e umana di persone. Una fortunata coincidenza che rende possibile il piccolo miracolo di volti che si schiudono all’obiettivo senza distanza o identificazione – estetica, o morale –, ma si aprono a uno sguardo realmente solidale, come ci si apre allo sguardo di chi condivide il nostro stesso cammino. Ne esce fuori un racconto unico nel suo genere, che unendo fotografie e testi, sa cogliere la singolarità pur inserita in un cammino di condivisione: un racconto in cui si intravede il destino di chi vuole essere protagonista della propria storia e che finalmente ha incontrato un modo per raccontarla.

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Sud Africa

Brasile

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Il racconto sotto la pietra /estratti

May 3rd, 2012 — 1:43pm

a cura di Catalina Villa |  saggio/conversazione

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Ulises Juárez Polanco, Nicaragua | Uno dei più importanti poeti del Nicaragua e chissà dell’Ispanoamerica, Ernesto Cardenal, ha scritto recentemente un saggio in cui affronta il tema della solidarietà come elemento fondante del nostro DNA. Parla delle monocellule e di come una monocellula ne ha cercata un’altra per congiungersi e moltiplicarsi esponenzialmente: nella nostra costituzione monocellulare c’è già implicito il bisogno di cercare l’altro. Raccontare significa trasmettere conoscenze, esperienze, visioni, non importa che siano biografiche o meno, raccontare implica sempre questa trasmissione. Raccontiamo perché siamo esseri sociali, perché viviamo in società. Per quanto non lo vogliamo, per vivere dipendiamo dell’altro, e con l’altro abbiamo un bisogno implicito di mantenerci in contatto.
Narrare o raccontare implica sempre una rappresentazione della storia. Quale? In primo luogo la mia storia personale, la storia dello scrittore. Credo che questo esce sempre fuori, in modo naturale, a volte persino inconsciamente. E in second’ordine la storia che come scrittore mi sono proposto di raccontare o scrivere. Non necessariamente la realtà obiettiva del mio paese, città o continente; anche se  in principio è sempre la rappresentazione della mia realtà.

Andrés Burgos, Colombia | Narrare storie è il mio modo di rapportarmi con il mondo, ed è probabilmente il modo con cui mi avvicino a ciò che più mi produce piacere, che mi raccontino storie. Trovo un enorme piacere nel raccontare, che allo steso tempo è un’estensione di ciò che mi ha inizialmente portato a essere lettore: l’evasione.
Mi piace la fiction, la letteratura di finzione, perché mi offre ciò che non trovo nel mondo immediato, ciò che non trovo quando esco per la strada. Raccontare è accedere a un mondo a sé, personale, dove trovo protezione e piacere. Non scrivo per cambiare il mondo, e nemmeno per offrire quelle che io credo siano delle risposte chiare al mondo contemporaneo, delle uscite a delle problematiche. Scrivo per un impulso molto intuitivo, irrazionale. Per piacere, e tante altre volte per cercare di capire, senza spiegare ad altri, situazioni, momenti, personaggi che mi appaiono complessi.

Jacinta Escudos, El Salvador | Credo che la parola stessa, raccontare, significhi dire: dire ciò che accade sia fuori che dentro l’individuo che scrive. Narrare la realtà che si guarda, la realtà che si vede passare, la realtà reale – sebbene sembri una ridondanza –, la realtà immaginata, quella presunta, quella desiderata. È dire nel senso più ampio. Raccontiamo perché diversamente il nostro mondo sarebbe vuoto. Se noi non potessimo raccontare, avremmo solo una serie di dati ufficiali, dei dati a metà. Non avremmo alternative di realtà alle quali accedere; per non dire che il nostro mondo, incompleto, zoppicherebbe e sarebbe privo di colore. Quanto più accesso abbiamo ai diversi aspetti della realtà, sia interiore che esteriore, tanto più riusciamo ad arricchire la nostra visione del mondo. Grazie a chi racconta abbiamo la possibilità di accedere ad altri mondi, altre vite.

[...]

Ulises Juárez Polanco | L’atto di raccontare implica la presenza di due persone. Non ha nessun senso raccontare a se stesso, da solo, delle cose ad alta voce. Quando uno è da solo non c’è nessun bisogno di parlare, la cosa logica è pensare. Raccontare invece implica una trasmissione, la condivisione di un punto di vista, di un’idea, di un qualcosa con altri. Il ruolo sociale del raccontare è proprio quello della costituzione della comunità, e se l’uomo non parlasse sarebbe molto difficile la formazione di questo fenomeno che si conosce come società. Potrebbe anche esserci qualcosa di biologico, dato che persino gli animali hanno il loro linguaggio, la loro forma di trasmettere cose, come chi comanda, cosa si deve fare, come si sta. Ma raccontare, come solo l’uomo sa fare, ha consentito che si creasse la società. Se si mette in relazione il fatto di raccontare con quello di scrivere, mi viene in mente una cosa che ha detto Saramago, e cioè che il dovere dello scrittore, nel momento di raccontare, è quello di alzare una pietra e raccontare o trasmettere le cose che trova sotto. Cosa si farà poi con il risultato di ciò che si è trovato – il testo – non è più dovere dello scrittore, ma del cittadino che lo riceve – che può coincidere anche con la figura stessa dello scrittore, perché anche lo scrittore è cittadino. E tuttavia il ruolo principale dello scrittore è farci vedere ciò che si trova sotto la pietra.

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Comment » | conversazione, saggio

Est est est. Un viaggio in musica

May 3rd, 2012 — 1:18pm

Stefano Bembi / Alessandro Simonetto


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L’album musicale realizzato da Stefano Bembi (alla Fisarmonica) e Alessandro Simonetto (al violino) – e prodotto da Casa della Musica di Trieste e in pensiero –, come dice il titolo, è un avventuroso viaggio musicale nelle terre dell’Est Europa. A Trieste, la città di passaggi e di confini da cui inizia il viaggio, è intitolato il primo brano, un medley sulla storia e le influenze multietniche che la caratterizzano. Con il profumo tzigano di Oltre questo mare si scivola nelle terre balcaniche di Balkan 1 fino alla Grecia di Misirlou, famoso brano di musica popolare. Ci si abbandona quindi al vortice musicale del kolo macedone con la danza popolare Paračinka, per affacciarsi in Serbia con Balkan 2. Da qui si arriva in Bulgaria con Der heyser bulgar, un brano di musica klezmer, poi in Romania, dove la danza prosegue con Souika Hora, e ancora in Ungheria con la famosa Danza ugherese N.5 del compositore tedesco Johannes Brahms. Dopo tutto questo peregrinare, arrivati nel cuore dell’Europa, si prende fiato con brani klezmer della tradizione yidish come A nakht in geyn eyden che si intreccia alla famosissima Hava nagila. Ecco dunque che si rientra in Italia, ma solo con il corpo, con il compositore napoletano Vittorio Monti e la sua Csárdás, così profondamente ungherese. Con questo album si compie un vero e proprio cammino musicale che, attraverso incalzanti ritmi balcanici, aspri sapori mediorientali, escursioni nell’antica cultura ebraica e gitana, vuole riunire in un’unica mappa delle possibilità, culture e tradizioni che si vanno sempre più allontanando. Un viaggio che ci consente di conoscere e riconoscere un racconto ormai composto di ricordi, nostalgie, e instancabili sorprese, un racconto che con il suo fluire attraversando i confini esalta quella mescolanza che sembra non possa avere fine. Come non ha fine il contagioso dialogo tra il violino di Alesandro Simonetto e la Fisarmonica Stefano Bembi che improvvisano e si rincorrono per migliaia di chilometri.

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Ascolta un brano da Est est est. Un viaggio in musica, l’album all’interno del dvd di in pensiero 6

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Triestmedley


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Souika Hora (tradizionale rumena)


Est est est. Un viaggio in musica

1. Triestmedley (Stefano Bembi – Alessandro Simonetto)

2. Oltre questo mare (Alessandro Simonetto)

3. Balkan 1 – Misirlou (musica tradizionale greca)

4. Paračinka (kolo, musica tradizionale macedone)

5. Balkan 2 (musicatradizionale serba)

6. Der Heyser Bulgar (musica tradizionale klezmer)

7. Souika Hora (musica tradizionale romena)

8. Danza ungherese (J. Brahms)

9. A nakht in gan eyden – Hava nagila (musica tradizionale klezmer)

10. Csárdás (Vittorio Monti)

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Per una poesia ben temperata /estratti

May 3rd, 2012 — 12:49pm

Lello Voce | saggio__________________________

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#1
Occorre innanzitutto precisare quella che è una mia convinzione profonda e cioè che la poesia sia un’arte implicitamente politica, indipendentemente dai temi che essa decide di trattare, ma precisamente per la sua forma, e, ancor più precisamente per le forme della sua ricezione. Il rapporto tra artista e fruitore caratterizza in modo radicale le arti e le loro forme e ciò vale, a maggior ragione, per un’arte che, come ha giustamente sottolineato Frasca, è, prima ancor che un’arte, un medium, il primo medium che l’uomo conosca per la trasmissione dell’informazione ‘non genetica’. La poesia nasce prima dei poeti. La poesia nasce insieme alla comunità. [...]

#2
È questo della poesia l’unico caso che io conosca in cui un’arte rinuncia, più o meno spontaneamente, al suo canale di trasmissione originario, adottandone uno diverso e per molti versi opposto, riuscendo, però, a sopravvivere a questa mutazione.
Non si è, a mio parere, riflettuto abbastanza sul fatto che, nel consesso delle arti, la poesia ha questa sua assoluta singolarità: precisamente la mutazione radicale dei suoi modi di espressione e fruizione, cosa che non ha eguali per le altre discipline artistiche. [...]

#3
Resta intanto il fatto che, nello scegliere di essere fruita ‘letterariamente’ e solo ‘letterariamente’ la poesia fa una scelta ideologica, delimita precisamente il suo ‘pubblico ideale’, sceglie sin le classi sociali a cui rivolgersi, né si fa solo borghese, ma sceglie, formalmente, di puntare tutto sul verso, piuttosto che sul ritmo, sulla prosodia esclusivamente visiva degli ‘a capo’, piuttosto che sul battere ritmato del cuore e sul soffio cadenzato del parlare; rinuncia alla sua concretezza materica, per consegnarsi mani e piedi alla fruizione silenziosa. Decide d’essere patria del ‘simbolico’, scaccia dalle sue mura ogni funzione fàtica, storce la bocca ad ogni andamento anaforico, libera il verso dal ‘tempo’ e dalla quantità, lo sottrae alla durata, sfugge alle costrizioni delle forme chiuse (che sono peraltro forme della ‘durata’, aspetti della concretezza della poesia, tanto quanto della semplice quantità ‘linguistica’, non solo modelli letterari ormai vuoti, canoni invecchiati), per affidarsi al flusso teoricamente infinito dello scritto, che schiaccia e blocca lo scorrere del tempo, siderandolo nella geometria retta e bustrofedica del rigo che si fa verso; essa costruisce ghetti per i suoi aspetti allegorici, sostituisce la dinamica della metonimia con l’immobilità della metafora, con il suo gioco di specchi approntati a mise en abyme… pronta (e prona), d’ora in avanti, ad affascinare l’occhio, sia pur a costo di condannarsi al silenzio. [...]

#4
[...] Ciò che ne deriva è che oggi, com’è a mio parere ovvio che sia, non è tanto preminente la discussione a proposito delle poetiche in sé, quanto, a monte di tutto ciò, quella che cerca di fare chiaro a proposito delle scelte ‘mediali’ dei singoli autori e che anche la concentrazione dei singoli autori sia maggiormente dedicata proprio all’approfondimento di tutto quanto, implicitamente, comporta a livello formale, estetico, lo spostamento di ‘canale’, dalla carta alla voce, o più ampiamente al suono. [...]

#5
Ma, al di là di queste questioni, ciò che appare evidente è il bisogno per la poesia, in questo presente, di ricalibrare le distanze con il romanzo, sfuggendo al suo abbraccio mortale e riaffermando la sua sostanziale estraneità agli steccati letterari in cui essa è rinchiusa in così incomoda compagnia. [...]

#6
Tutto ciò accade ormai in un quadro di generalizzata ‘migrazione’ delle arti.
Nell’epoca del ritorno (ahimè infausto) delle migrazioni di massa, anche le arti migrano. Migrano in ogni senso.
Intanto migrano materialmente, nel senso che la loro circolazione, grazie alla possibilità ora estesissima della loro ‘virtualizzazione’ e digitalizzazione, è divenuta fulminea, perpetua, irrefrenabile, pletorica.
Migrano, poi, abbandonando vecchie forme, mutandole, come fossero pelle di serpente, iniziando a percorrere sentieri mediali sempre diversi.
Migrano anche fisicamente, con il migrare degli artisti, anche degli artisti che non si limitano a spostarsi, ma che letteralmente migrano, fuggono dalla loro terra e innestano le loro culture e le loro Weltanschauung, le loro lingue, in ambiti e contesti completamente differenti.
Migrano e migrando le arti s’incontrano, si mescolano, s’influenzano, si accoppiano, o definitivamente si dividono. [...]

#7
[...] Detto questo, la spoken music (la ‘poesia per musica’, se preferite) sarebbe quel particolare tipo di poesia contemporanea nel quale un testo è accordato (temperato) ad una musica originale e in cui le caratteristiche formali dei suoni, della melodia e dei ritmi musicali e il rapporto da essi stabilito con la vocalità del poeta (a livello sia melodico, che ritmico-prosodico) e con gli aspetti ritmici, prosodici e melodici del testo in sé, sono parte integrante della qualità formali di detta poesia e, per molti versi, anche del testo stesso di quella poesia. [...]

#8
Una delle ragioni per le quali la poesia ‘muta’ e gli integerrimi custodi della letteratura, i critici letterari e i filologi, hanno avuto cura di rifiutare con costante fermezza ogni rapporto possibile tra poesia e musica, pur dinanzi all’evidenza storica di un dialogo costante e di una condivisione sentita a lungo come necessaria da entrambe le arti, è probabilmente proprio il bisogno di cancellare ogni memoria di un rapporto che, al solo ricordarlo, avrebbe posto di nuovo la poesia di fronte alla sua natura sostanzialmente orale e sonora. [...]

#9
[...] Nel momento in cui un poeta non si pone come proprio obiettivo soltanto quello di scrivere un testo, ma anche quello di eseguirlo, interpretandolo, e magari di accordarlo, temperarlo con la musica i problemi formali e ‘tecnici’ che gli sorgono davanti sono molteplici e spesso piuttosto complessi.
Le sue scelte vocali, ritmiche e ‘musicali’ avranno, infatti, un evidente valore estetico, tanto quanto quelle strettamente linguistiche.
Nel momento in cui un poeta decide di comporre testi destinati all’esecuzione orale e/o a ‘temperarsi’ con la musica, i suoi problemi tecnici aumentano grandemente, come anche quelli formali: essi non sono più soltanto di natura linguistica, o letteraria, ma anche vocale, ritmica e musicale.
Eseguire un testo di poesia orale, o di spoken music, non ha nulla a che vedere con il semplice pronunciare ad alta voce quel testo.

#10
In poesia il problema dell’interpretazione è sempre, prima che un problema ermeneutico, un problema di esecuzione, è una performatività, e solo dopo, eventualmente, esso prende consistenza, diciamo così, critico-letteraria.
Ciò significa che la prima interpretazione di un’oratura poetica è sempre del suo autore.
Senza di essa quel politesto complesso che è l’esecuzione reale (vocale e/o vocale-musicale) di una poesia, semplicemente non esisterebbe nella sua totalità. [...]

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Comment » | poesia, saggio

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